vi scrivo con la penna di un moribondo dalla casa del mio giovane e bello Enrico Palermi,¹ che jeri accecato da violenta passione cercò suicidarsi. Colgo il momento ch’egli riposa un poco per rivolgervi queste poche parole. Ha il respiro affannoso, quasi strozzato; si teme che abbia forato il polmone sinistro, ha la costola fracassata ma fortunatamente nessun male al cuore.
È una triste e dolorosa ventura questa mia di assistere allo strazio dei cari miei! È da due notti che veglio al suo capezzale, e per quanta gioja io mi abbia pensando che tra breve io sarò fra voi, pure soffro non poco di lasciare il suo letto di dolore per correre in braccio ad una felicità pura e gentile.
Del suo caso doloroso io vi narrerò in questi pochi giorni ch’io sarò in Porto Empedocle. Per ora basta.
Il povero Enrico si lamenta, forse si sveglia – vado a somministrargli un cucchiajo di medicina o un sorso di limonata: egli brucia.
Addio, buoni miei. Giovedì con la corsa delle dodici del giorno partirò con la zia Sara e Ninella. Attendetemi, attendeteci.
Un bacio a tutti