come vi dissi per telegramma,¹ ebbi ottimo viaggio ed ora – vi sarà agevole imaginarlo – sto completamente sano, e quel che è più, mi sento che lo sono.
Ieri sera mi son recato al Molo a visitare il povero zio Giorgio, la cui vista mi diede tale scossa di dolorosa passione, che mi sentii male.² E vi influì oltre a ragione [con] i modi stomachevoli che teneva in presenza del dolente quella vilissima donna, anzi femina, che sciaguratamente gli è compagna. Ella si lamentava della non curanza dei parenti, che la stringevano a chiedere aiuto a delle monache assistenti, e ciò faceva nel peggior modo e inurbano che si possa imaginare tacendo, naturalmente, che è per causa sua se i parenti si tengono lontani dal povero zio, che soffre tanto. Io, benché a rigor di cura non possa permettermi questo lusso, pure mi sono offerto di vegliar le notti al capezzale di quella cara anima; ma mi si disse che non ne occorreva il bisogno. Non tralascerò per tanto di recarmi da lui giornalmente.
Lina e Calogero mi scrissero da Sardegna, invitandomi a passare alcuni giorni presso di loro, per poi recarci tutti insieme costà a far casa piena. Io, come potete figurarvi, pur avendo un grandissimo desiderio di baciare la dolcissima Lina, mi son scusato con lei adducendole tutte quelle ragioni, che un povero diavolo nel caso mio può pescare in favore. E ho deciso, se intanto ciò non è contro la vostra volontà e il vostro piacere, di aspettar qui Lina nostra, che verrà sui primi di questo mese. Che ne dite?
Papà mio, Mamma mia, Annetta mia, Innocenzo e Giovannino miei, non crediate che io non bruci dal desiderio di darvi tanti tanti tanti baci; ma...
Attendo vostra risposta. Comunque sia, non son desideroso che di ubbidirvi e di tutto cuore. Non vi dico altro. Vi bacio tutti fortissimamente
Lina³ e tutta la famiglia mi incaricano di salutarvi affettuosamente.