ti mando un certificato del gen. Menotti Garibaldi, che rende valida la tua medaglia d’Aspromonte – l’altro di Rocco con la firma per l’attestazione dello stesso Menotti sarà fra giorni presentato al Municipio con la speranza di ottenere senz’altro il diploma.
Ho quasi ventidue anni, e se bene da un pezzo in qua molti inganni molte illusioni molti entusiasmi siano cessati in me, e ne ho col riso scopato le ceneri, pure ti confesso che le ultime disposizioni e gli ultimi atti dei presenti uomini di stato mi pungono davvero a ridar l’ambiadura ai miei sentimenti civili e a’miei pensieri, e vorrei quasi ridiventar rosso come ai tristi giorni del decrepito di Stradella.¹ Il difetto è proprio nella tonaca, Papà mio. Chi la cucì, fu un sarto birbone... Crispi l’ha indossata e, ahimè, anche lui oramai non è più lui, ma l’uomo della tonica maledetta. Ben per me, intanto, che niente riesce più a scaldarmi il sangue, eccetto quello che mi riguarda davvicino! Se dipendesse da me, lascerei che tutto andasse in rovina, senza opporgli il menomo ritegno... È tutto un ospedale, ogni paese! E conviene che ognuno di noi, pensi prima a curare e a guarir se stesso... Non senti che catarro? e che tosse ostinata? Accidenti alla salute! È proprio marasmo senile, o società di vecchi a vent’anni.
Vedo che la lettera assume un tono tragico: non te ne fare, è l’ambiadura. Io poi studio filologia...
Ti bacio cento volte, fortemente, in bocca
i bei giorni, che vissi dolcemente al tuo fianco, nel mio Caos nativo, non so per quale mai nesso, mi ritornano alla memoria, mentre ti scrivo, e mi mettono in cuore una mestizia soave... Oh come volentieri per rivivere uno solo di essi, io darei tutto il mio greco e tutto il mio latino. È pur vero, o Mamma mia, che la vita moderna e il romore delle grandi città logorano la vita umana e la sciupano in pochi anni. Quali e quante esigenze, quali aspirazioni, quanti bisogni! E i capelli, a venti anni, se ne vanno... Oh se avessi tanto da poter vivere modestamente in un angolo di terra, piantando cavoli, procreando figli sani e scrivendo anche nell’ore d’ozio dei versi. Dei versi, e perché no? Innocentissimi e timorati di Dio!
Adesso poi la lettera assume un tono sciaguratamente elegiaco: e val meglio che finisca. Baciami Annetta e Innocenzo e il mio piccolo Giovanni. Tu abbiti un abbraccio e cento forti baci fortissimi dal tuo